abitudini del sonno: bambina che dorme

ABITUDINI DEL SONNO SCORRETTE? CAMBIAMOLE!

Le cattive abitudini del sonno nel bambino e i possibili rimendi. Intervista a Rondine De Luca, fondatrice del metodo  “le fate della nanna”, che da anni aiuta le mamme ad addormentare i loro bambini

Le abitudini del sonno dei più piccoli

Sono decisamente pochi i genitori, soprattutto al primo figlio, che non si trovino a vivere momenti di grande difficoltà e fatica, oltre che frustrazione, legati alle abitudini del sonno del neonato. È tutto nuovo. Tutto da decifrare, a partire dal pianto del bambino che cerca a suo modo di comunicare. Arrivano le notti difficili. Quelle notti in cui la spossatezza si fa sentire pesantemente. Notti insonni, per via dei risvegli continui del pargolo e che possono mettere a dura prova i genitori, già affaticati dal cambiamento radicale di vita e di ritmo nella quotidianità. Sono soprattutto le mamme poi, in particolare se godono della possibilità di allattare il bambino al seno, a dover rispondere in primis alle esigenze del loro piccolo e a patire maggiormente lo stress. I segni della stanchezza, legati alle poche ore di sonno non tardano a farsi vedere a livello fisico e psichico.

Il malessere delle cattive abitudini del sonno

Può montare l’ansia e la preoccupazione durante il giorno, come anche un profondo senso di inadeguatezza. Cattivo umore e sconforto sono dietro l’angolo con tutti i tratti problematici che può comportare il “sentirsi giù” in un momento tanto delicato per la mamma. In realtà, nei primi mesi, indicativamente fino al quinto/sesto mese – come ci dirà Rondine De Luca – è perfettamente comprensibile che ci sia qualche difficoltà.

Una fase di reciproca conoscenza tra mamma e bambino e quindi un periodo di apprendimento e assestamento nella gestione del sonno oltre che dei pasti, è quasi inevitabile e da mettere in conto per qualsiasi mamma. E in questa fase, giustamente, è importante farsi aiutare e trovare i tempi e i modi per riposare.

In un secondo momento, se il problema dovesse persistere, è importante invece porre rimedio. Evidentemente sono entrati in campo altri fattori. Spesso sono le cattive abitudini del sonno del bambino, in particolare nell’addormentamento, a mettere in difficoltà i genitori, per periodi più lunghi. Con la conseguente compromissione del benessere di tutti.

Abitudini del sonno. Copertina del libro "Mamma insegnami a dormire"

Mamma, insegnami a dormire

Qui ci può venire in aiuto l’esperienza sul campo di Rondine de Luca, fondatrice del metodo Le fate della nanna e che recentemente ha pubblicato il libro “Mamma, insegnami a dormire”, edito da Mondadori. Il suo libro si propone di aiutare i genitori, attraverso più “case study”. Esempi e storie di vita che possono aiutare a riflettere sulle abitudini del sonno del proprio bambino, ad arginare i disturbi e a trovare una propria via risolutiva.

Così recita la quarta di copertina del libro: “Insegnare al vostro bambino a dormire correttamente è possibile e dipende da voi.” Scopriremo quindi che il focus del libro di Rondine de Luca non è tanto sul bambino, quanto piuttosto sulle mamme e sui diversi modi di approcciare la pratica dell’addormentamento. “Mamme pianificatrici, mamme dubbiose, mamme mondane, mamme al naturale, mamme easy”: se vi riconoscete, anche solo in parte in tali personalità, questo libro è per voi! E ora passiamo la parola all’esperta Rondine de Luca.

Il mestiere di “fata della nanna”

Cosa ci racconti nel libro?

Nel libro affronto cinque tipologie di storie diverse di bambini, distinte per età e caratteristiche comportamentali, con lo scopo di esporre il mio metodo. Credo che l’aspetto più significativo del mio approccio sia questo: il focus si concentra sui genitori e non sul bambino, rispetto a tanti libri che si leggono in giro. Ho voluto per semplificare, dividere le mamme in cinque personalità e categorie diverse – dalle mamme dubbiose e insicure a quelle eccessivamente razionali – e per ogni categoria ho voluto raccontare cinque/sei episodi di bimbi diversi. Il tutto per dare una casistica abbastanza completa, delle mie tante esperienze sul campo.

Rondine, hai per l’appunto seguito più di mille casi in 12 anni di lavoro, ci racconti come hai iniziato?

Sì, devo dire che provengo da un ambito lavorativo completamente diverso e ho iniziato assolutamente per caso. Non ho figli e questa scelta professionale nasce da una mia esperienza vissuta, anche se non direttamente. È successo così: avevo a suo tempo un’amica alle prese con una bambina di sei mesi che non dormiva. La mia amica era in grosse difficoltà. Sono andata a trovarla e ricordo che metteva in atto una serie di scenette assurde per addormentare la bambina. Ogni notte, ogni 40 minuti. Era una situazione spossante e palesemente sbagliata…Io l’ho aiutata in modo intuitivo e da lì è partito il passaparola. Ho iniziato ad aiutare altre mamme, amiche e parenti e da lì è cominciato tutto.

Nuove abitudini del sonno: addormentarsi da soli nel lettino

Hai fatto riferimento ad alcuni testi o maestri particolari?

Sono partita dagli studi della puericultrice inglese Tracy Hogg che per me era la bibbia e poco altro. Dodici anni fa, in Italia, esistevano meno libri in generale sull’argomento, rispetto a oggi. Per me, come per tutti i pionieri di nuovi lavori, lo scoglio è stato far vedere in Italia che il problema c’era, ma c’era anche la soluzione. All’inizio è normale che un bambino non dorma. È un bambino e ha bisogno di imparare. Se dopo i cinque/sei mesi – perché prima non ci metto mano – il bambino non dorme, va identificato il problema. Bisogna risalire all’origine del problema.

E la causa è, nel novantanove percento dei casi, è da ascrivere all’addormentamento da parte dei genitori e alle cattive abitudini del sonno in generale.

Molte mamme come metodo, conoscono il libro: “Fate la nanna” di Eduard Estivill Sancho e Sylvia de Béjar (1995). Cosa ne pensi?

La differenza sostanziale tra il mio metodo  e quello del libro “Fate la nanna” è che la mamma rimane nella camera a consolare il bambino. Non lo lascia solo. Ovviamente quando intervengo, mi trovo a proporre dei cambiamenti nelle abitudini del bambino, ed è giusto che lui pianga. Deve piangere. Se tu non fai piangere un bambino gli blocchi le emozioni. Il bambino deve imparare a addormentarsi da solo nel lettino e la mamma è bene che rimanga nella stanza, accogliendo il pianto serenamente. Qui conta il messaggio inconscio che passi al bambino. Se la mamma esce dalla camera il messaggio è confusionale e trascurante. È un pó come dire: ti lascio al tuo destino. Nell’altro modo, il mio, è invece più un accompagnamento del bambino nel cambiamento di abitudini. La mamma sta vicino, guida e insegna una cosa nuova. Non deve mancare mai l’aspetto consolatorio.

L’importanza di genitori collaborativi

In cosa si concentra il tuo intervento?

Il mio lavoro non è tanto nel bambino ma nel genitore, come dicevo prima. Se cambia il comportamento del genitore, di riflesso cambia quello del bambino. Io personalmente non mi occupo del bambino. Spesso è per me sufficiente una semplice consulenza per svolgere bene il mio lavoro. Mi informo bene su quello che succede. Tante mamme preferiscono chiedermi solo istruzioni e agire da sé senza avermi in casa. Altre invece mi chiedono di essere presente. Ventiquattro/quarantotto ore è il mio massimo per seguire un caso, a livello di mia presenza tra le mura domestiche. Tre giorni massimo, in casi particolari. Recentemente ho dedicato tre giorni di lavoro per un parto tri-gemellare a Roma. Ma non capita spesso. Viaggio molto per il mio lavoro, in Italia e in tutto il mondo. Lavoro con mamme italiane, anche emigrate all’estero.

Foto di Rondine De Luca

Come procede il tuo lavoro, una volta identificato il problema e le soluzioni?

Seguo le mamme e le sento una volta al giorno, monitorando l’andamento del tutto. E non le lascio fino al risultato ottenuto. Mi viene chiesto spesso di dare una tempistica del mio lavoro. Ma non ci sono tempi standard, perché le variabili umane sono troppe. Devo aggiungere che sono io che scelgo il cliente, perché se non vedo dall’altra parte disponibilità al cambiamento, non vado avanti. Cerco ogni volta di valutare se la madre è pronta e vuole collaborare.

Il valore dell’autonomia nelle abitudini del sonno del bambino

Segui bambini con cattive abitudini del sonno fino a che età?

Come dicevo valuto caso per caso, se ci sono le condizioni per intervenire in modo costruttivo. Uno dei miei “assistiti” più grandi aveva tredici anni. Spesso tuttavia, quando si superano i cinque/sei anni non sono più solo cattive abitudini del sonno e dell’addormentamento a giocare un ruolo, ma si va a toccare anche altri ambiti, come quello psicologico. Lì ci vogliono spesso altri tipi di interventi e competenze specialistiche.

Quale consiglio daresti ai genitori in difficoltà?

Direi che i primi tre mesi non contano. Stringete i denti, perché c’è da conoscersi l’uno con l’altro. Dopo i cinque/sei mesi il consiglio è questo: mettetevi nell’ottica di rendere un figlio autonomo. La prima forma di autonomia è la nanna e l’addormentamento del bambino nel lettino, non in braccio o con altre modalità. Per me, il metro di paragone è proprio questo: capire se i genitori sono pronti a voler rendere autonomo il bambino. Mamme se volete dormire, bisogna che siate pronte a questa prima forma di distacco. Credetemi, ne vale la pena.

 

Foto 1: Annnie Spratt;  2: copertina del libro “Mamma, aiutami a dormire”, edito da Mondadori;  3: ritratto di Rondine de Luca.

NANNA


Maria Quinz

Sono copywriter freelance e scrivo di ciò che principalmente mi appassiona: cultura, design, trends, life & family style. Ma non solo. Mi piace anche spaziare tra articoli di approfondimento e blogs posts. Tra traduzioni e publiredazionali; ricerche di branding per aziende e reportage. Amo soprattutto le interviste, con il loro contenuto “a sorpresa” fatto di nuovi incontri, grandi scoperte e belle conversazioni.

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